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AGEVOLAZIONI PRIMA CASA 2017


 

Guida alle agevolazioni sulla prima casa 2017

Comprare la prima casa è una tappa impegnativa, uno dei passi più importanti nella vita di tutti noi. Una volta trovato l’immobile che volete acquistare e arrivati a un passo dal rogito è bene ricordarsi che si ha diritto a un bonus fiscale per la prima casa, che consente di pagare le imposte in misura inferiore rispetto a quelle ordinariamente dovute.
Tra gli sgravi fiscali del settore immobiliare questo è il più richiesto, nel corso del 2016 il 50% delle compravendite ha beneficiato di questo bonus.

L’agevolazione è stata confermata anche per il 2017, vediamo insieme in cosa consiste, chi ne ha diritto e cosa fare per ottenerlo.

Agevolazioni prima casa: in cosa consistono?

Il bonus sull’acquisto della prima casa prevede la riduzione delle imposte da pagare.

Se il venditore è un privato o un’impresa che vende in esenzione Iva il bonus consiste in:

  1. imposta di registro proporzionale, nella misura del 2%
  2. imposta ipotecaria fissa di 50 euro
  3. imposta catastale fissa di 50 euro

Se acquistate da un’impresa, con vendita soggetta a IVA, il vostro bonus prima casa riguarderà:

  1. Iva ridotta al 4%
  2. Imposta di registro fissa di 200 euro
  3. Imposta ipotecaria fissa di 200 euro
  4. Imposta catastale fissa di 200 euro

Per poter chiedere l’agevolazione:

  1. il fabbricato che si acquista deve far parte di determinate categorie catastali
  2. il fabbricato si deve trovare nel comune in cui avete (o intendete stabilire) la vostra residenza, o in cui lavorate
  3. Dovrete essere in possesso di determinati requisiti

Vediamo ora il dettaglio dei requisiti

Chi ne ha diritto?

Tutti i contribuenti, a prescindere dal proprio reddito, possono fare richiesta di questo bonus , ma nel rispetto di determinati titoli.

Chi presenta richiesta:

  1. Non deve essere titolare, esclusivo, o in comunione con il coniuge, di un’altra casa di abitazione (in proprietà o in usufrutto) nel territorio del Comune in cui si trova l’immobile che sta acquistando.
  2. Non deve essere proprietario, neppure per quote, anche in regime di comunione legale, di un’altra casa di abitazione su tutto il territorio nazionale (in proprietà, in usufrutto, in nuda proprietà) per l’acquisto della quale il richiedente, o il coniuge, abbia già usufruito delle agevolazioni “prima casa”.

Tuttavia, da gennaio 2016, se vi trovate nella situazione al secondo punto potete, comunque, procedere a un nuovo acquisto con il bonus per la prima casa a condizione che vendiate, o cediate, l’immobile già in vostro possesso entro un anno dalla data del nuovo acquisto agevolato.

Attenzione: Se comprate casa nello stesso comune in cui siete già titolari di un immobile per il quale NON avete usufruito dei benefici per la prima casa, NON potrete chiedere il bonus. Questo anche nel caso ci si impegni a vendere l’abitazione di cui siete già in possesso.

La casa per cui si fa richiesta di bonus deve:

  • trovarsi nel territorio del comune in cui avete la vostra residenza
  • In alternativa dovrete impegnarvi a trasferire la residenza nel comune in cui si trova l’immobile entro 18 mesi dall’acquisto. Il cambio di residenza si considera avvenuto nella data in cui presenterete al comune la dichiarazione di trasferimento.

Si ha diritto alle agevolazioni anche:

  • se la casa si trova nel territorio del comune in cui svolgete la vostra attività lavorativa (anche se non retribuita, ad esempio per studio, volontariato, o attività sportive).
  • Se vi siete dovuti trasferire all’estero per ragioni di lavoro potete richiedere il bonus prima casa per un immobile nel comune in cui ha sede o esercita l’attività il vostro datore di lavoro.
  • se siete un cittadino italiano emigrato all’estero (iscritto all’Aire), purché l’immobile che intendere acquistare risulti come “prima casa” sul territorio italiano.

Agevolazioni prima casa: i requisiti dell’immobile

Se intendete chiedere il bonus per la prima casa fate attenzione che l’immobile di vostro interesse sia classificato nella categoria catastale del gruppo A (abitazioni), in particolare in una di queste:

  • · A/2 (abitazioni di tipo civile)
  • · A/3 (abitazioni di tipo economico)
  • · A/4 (abitazioni di tipo popolare)
  • · A/5 (abitazioni di tipo ultra popolare)
  • · A/6 (abitazioni di tipo rurale)
  • · A/7 (abitazioni in villini)
  • · A/11 (abitazioni e alloggi tipici dei luoghi).

È possibile estendere le agevolazioni anche a una pertinenza per ciascuna delle seguenti categorie catastali:

  • · C/2 (magazzini e locali di deposito),
  • · C/6 (per esempio, rimesse e autorimesse)
  • · C/7 (tettoie chiuse o aperte)

È indispensabile, ai fini del riconoscimento del bonus, che le pertinenze siano destinate in modo durevole a servizio dell’abitazione principale acquistata beneficiando delle agevolazioni “prima casa”.

Non è possibile applicare il bonus alle abitazioni accatastate come:

  • · A/1 (abitazioni di tipo signorile),
  • · A/8 (abitazioni in ville);
  • · A/9 (castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici).
  • · A/10 (uffici e studi privati)

Se acquirente e immobile rientrano nei requisiti previsti vi basterà chiedere il bonus per la prima casa direttamente dal notaio, in sede di stipula.

Agevolazioni prima casa: quando si perdono
Il mancato rispetto di alcuni requisiti porta alla cessazione dei benefici legati alla prima casa. In questi casi dovrete versare le imposte risparmiate, gli interessi e una sanzione del 30% delle imposte stesse.

Il bonus prima casa si perde se:

  • Sono state rese delle false dichiarazioni all’atto dell’acquisto;
  • L’abitazione viene venduta, o donata, prima che siano trascorsi 5 anni dalla data di acquisto, a meno che, entro un anno, non si riacquista un altro immobile, anche a titolo gratuito, da adibire a propria abitazione principale.
  • Non si sposta la residenza nel comune in cui si trova l’immobile entro 18 mesi dall’acquisto
  • Entro l’anno dall’acquisto del nuovo immobile non viene venduto quello già posseduto, acquistato con le agevolazioni “prima casa”

Agevolazioni prima casa: credito d’imposta.

Come abbiamo visto se state comprando una seconda casa ma vi impegnate, entro un anno, a vendere quella su cui avevate già usufruito del bonus per la prima casa, avete diritto ad un credito d’imposta pari all’imposta di registro o all’Iva pagata per il primo acquisto agevolato. Il credito d’imposta spetta anche quando il riacquisto avviene con contratto di appalto o di permuta.

 

 

 

 

 

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Con il 2014 si modificano le tasse per gli acquisti immobiliari, dalla tassa di registro a quelle catastali e ipotecarie.

 Con la stipula del rogito davanti al notaio per il trasferimento di un immobile, vi è l’obbligo di versare alcune imposte per l’atto di compravendita: è bene conoscere l’importo cui si va incontro.

E’ il notaio che effettua il pagamento, addebitando la cifra al cliente nella parcella.

Le tasse connesse all’acquisto di un immobile variano a seconda della destinazione dell’immobile e del soggetto venditore.
Quando si acquista una prima casa si potrà beneficiare di una imposizione fiscale agevolata, con pagamento dell’imposta in misura inferiore rispetto a quella ordinariamente dovuta.

A fronte degli articoli 10 del D.lgs 23/2011 e 26 del DL 104/2013 dal 1° gennaio 2014 il carico fiscale in caso di compravendita tra privati avente ad oggetto una prima casa, ha subito una riduzione.
Imposta di registro
L’imposta di registro è un’imposta indiretta, che colpisce il trasferimento della ricchezza ed è dovuta per la
registrazione di un atto pubblico o una scrittura privata. Varia in funzione della tipologia dell’atto registrato.
Per l’acquisto di immobili destinati a prima casa l’aliquota si applica sulla rendita catastale rivalutata; passa dal 3% al 2% mentre in caso di immobile registrato al catasto come immobile di lusso l’aliquota passa dal 7% al 9%.
Per gli altri passaggi immobiliari si calcola invece in base al prezzo riportato nell’atto.
A partire da quest’anno è previsto un importo minimo di tale imposta pari a 1.000 euro.
Imposta ipotecaria
L’imposta ipotecaria è dovuta per l’annotazione del trasferimento di proprietà o di altri diritti o vincoli presso la Conservatoria dei Registri immobiliari.
Imposta ipotecaria diviene fissa e passa da 168 a 50 euro. Quando l’imposta dipende da atti soggetti ad IVA, come l’acquisto di un immobile dall’impresa costruttrice, l’importo è stabilito nella misura fissa di 200 euro.

Imposta catastale
L’imposta catastale è dovuta per il trasferimento di immobili o per la costituzione sugli stessi di altri diritti o
vincoli. Imposta catastale diviene fissa e passa da 168 a 50 euro.
Quando l’imposta dipende da atti soggetti ad IVA, come l’acquisto di un immobile dall’impresa costruttrice, l’importo è stabilito nella misura fissa di 200 euro.

Si segnala inoltre l’esonero per la compravendita immobiliare dall’imposta di bollo, tributi speciali catastali e tasse ipotecarie.
Le nuove disposizioni in materia di imposizione fiscale sopra descritte si applicano a tutti gli atti stipulati dal 1° gennaio 2014. Per gli atti di compravendita stipulati nel 2013 e registrati nel 2014 si continua ad applicare la tassazione del 2013.

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URGENTISSIMO!!!!!!!!!

Tutte le persone che hanno in vendita o in affitto immobili con la nostra agenzia, sono pregate di mettersi in contatto con i nostri uffici per info riguardanti le certificazioni energetiche dell'immobile.

I nostri numeri di telefono sono 0736/890012   339/6016181  chiedere di Egidio.

Grazie.

 

 

 

 

 

 

TUTTE LE NEWS

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Gli ultimi dodici mesi sono stati una vera e propria corsa sulle montagne russe per il mondo immobiliare italiano. È stato l’anno dei primi bilanci sulla cedolare secca, del debutto dell’ IMU, dell’annunciata riforma del catasto, dello sdoganamento delle dismissioni, dell’obbligo di certificazione energetica e dell’esplosione delle riconversioni immobiliari. A memoria sono pochi i periodi così densi di cambiamenti che, però, sembrano aver lasciato un segno e, incredibilmente, questo segno è positivo. Secondo la periodica rilevazione compiuta da Immobiliare.it sulla fiducia dei consumatori verso il mercato immobiliare, la propensione all’acquisto torna a salire rispetto a 12 mesi fa e supera la soglia psicologica del 50% arrivando al 55%, ad aprile 2012 era pari al 49%.

L’indagine

Come avviene da oltre un anno, Immobiliare.it ha interrogato più di 5.000 persone che, nei 90 giorni precedenti hanno dimostrato interesse verso il mercato immobiliare essendo impegnati in un acquisto, una vendita o un affitto. Se come anticipato oltre un italiano su due ritiene che quello attuale sia un buon momento per comprare casa, sono ben il 72% gli interpellati che giudicano questo il tempo sbagliato per vendere l’immobile di proprietà (erano il 69% ad aprile 2012). Appena il 12% lo giudica un momento giusto per cedere l’immobile e il 10,5% dichiara che il prossimo sarà di certo un anno migliore per chi vuole (o deve) vendere casa.

I prezzi, sia pure leggermente, hanno cominciato a scendere e aumenta anche il gruppo di quelli che, come esperti giocatori di borsa, continuano ad attendere sperando che il calo non si blocchi; ecco quindi che circa un italiano su quattro (25,2%), è convinto che sia meglio rimandare almeno di un anno l’investimento sul mattone. Sapendo questo non sorprenderà di certo il fatto che ben il 60% del campione intervistato dall’indagine è fermamente convinto che nel corso dei prossimi 12 mesi i costi degli immobili italiani continueranno a diminuire; questo dato rappresenta un incremento di quasi 21 punti percentuali dato che nella rilevazione fatta dopo il primo trimestre del 2012 il dato era appena del 39,3%.

La fiducia immobiliare da Nord a Sud dello Stivale

Anche dalla rilevazione del primo trimestre 2013 emergono nette e decise alcune differenze regionali, sia per la propensione all’acquisto, sia per quella alla vendita sia, ancora, per le convinzioni relative all’andamento dei prezzi nel corso dei prossimi mesi. Se è vero che l’incremento alla propensione all’acquisto è trasversale lungo tutte e venti le regioni italiane, in alcuni casi assume valori davvero importanti come in Abruzzo, in Friuli Venezia Giulia e in Puglia dove l’aumento è stato anche superiore ai 20 punti percentuali in un solo anno. Poche le regioni che, al contrario, hanno registrato un calo in questo senso; si tratta solo dell’Emilia Romagna e della Basilicata dove, rispetto allo scorso anno, la propensione all’acquisto è calata rispettivamente di 6,2 e 3,3 punti percentuali.

La maggiore propensione all’acquisto si è registrata nelle Marche che, con una crescita nell’indice di ben otto punti percentuali, arriva ad un valore di poco inferiore al 63%, precedendo l’Umbria (seconda con il 62,5%) e la Sicilia (62,4%). Escludendo il Molise e la Valle d’Aosta, regioni per le quali non si è raggiunta una numerosità campionaria tale da rendere statisticamente validi i risultati, i meno fiduciosi sono risultati essere gli abitanti del Trentino Alto Adige i quali, pur avendo oggi una fiducia maggiore di quattro punti percentuali rispetto a quella registrata ad aprile 2012, occupano l’ultimo posto in classifica con il 44,3%.

Se si guarda agli altri due parametri indagati con la rilevazione, la Calabria è risultata la regione in cui è più diffusa la convinzione che i prezzi caleranno nei prossimi 12 mesi (70% del campione), l’Abruzzo, pur con uno scarso 20%, quella che, percentualmente, raccoglie il maggior numero di intervistati convinti che quello che stiamo vivendo sia un buon momento per vendere casa.

 

 

 

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Niente Mutuo? Faccio il Leasing Immobiliare

Abbiamo sentito dire tantissime volte che ottenere un mutuo in Italia è sempre più difficile e, come avevano anticipato alcuni analisti, dopo che l’agenzia di rating internazionale Fitch ha declassato l’economia italiana portandola dal livello A- a quello BBB+lo spread che indica il rapporto fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi è tornato a salire spingendo in alto anche le condizioni imposte dagli Istituti di Credito per la concessione dei finanziamenti che, inutile precisarlo, ha causato come effetto immediato un’ulteriore stretta ai cordoni della borsa delle Banche.

Gli italiani devono quindi rinunciare a comprare casa? Tutt’altro. Possono fare di necessità virtù e scoprire, o riscoprire, uno tipo di finanziamento fino ad oggi poco noto e poco utilizzato: il leasing immobiliare. A puntare i riflettori su questo strumento è stato, sul sito LinkedIn, un gruppo di consulenti finanziari indipendenti che hanno anche stilato un elenco alquanto preciso di costi e vantaggi, analizzati anche dalla testata online SoldiWeb.

In primis, se i mutui tradizionali ormai non vengono concessi se non per la metà del valore dell’immobile, il leasing immobiliare consente di finanziare anche il 100% del costo della casa che si vuole acquistare e, come avveniva anche per i mutui ormai molti anni fa, nella cifra richiesta si possono inserire persino i costi legati all’arredamento. Il leasing immobiliare, peraltro, non prevede alcun tipo di ipoteca e questo annulla la necessità di registrare l’atto dal notaio e di sostenere i relativi costi. 

Se si guarda poi al lato fiscale i vantaggi continuano. Con il leasing immobiliare la rendita derivante dalla casa non viene considerata per il calcolo del reddito imponibile; differentemente da quello che accade per i mutui, le società che concedono il finanziamento di leasing detraggono i costi dell’IVA che, quindi, non vanno a gravare sul costo finale della casa.

Attenzione però, anche il leasing ha le sue regole. Come prima cosa non si possono detrarre dalla dichiarazione dei redditi i canoni corrisposti alle società che concedono il finanziamento e se è vero che si può comunque scegliere, come avviene per i normali mutui, di avere rate calcolate su tasso fisso, variabile e perfino ad importo costante, crescente e o decrescente, la concessione è subordinata spesso alla fideiussione e, sempre, all’accensione contestuale di alcune polizze assicurative; fra tutte quella vita e quella che tutela da danni all’immobile oggetto del finanziamento.

 

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Trasformare casa in un Bed and Breakfast. Come si fa?

Quante volte ci siamo detti o abbiamo sentito dire: Basta! Mollo tutto, vado a vivere in campagna e mi apro un B&B! Di certo l’idea ha solleticato tanti e, numeri alla mano, in molti la hanno trasformata in realtà. Per chi avesse ancora in mente di farlo, ma proprio non avesse idea di come fare, il mensile Millionaire di marzo pubblica un lunghissimo articolo a riguardo, creato anche grazie alla collaborazione di Carlo Giordano, Amministratore Delegato di Gruppo Immobiliare.it.  Ecco di seguito alcuni dei passaggi più importanti da fare per trasformare la propria casa, parte di essa o, perché no, un altro appartamento comprato ad hoc, in una fonte di reddito grazie alla riconversione in Bed and Breakfast o anche, magari in corrispondenza di eventi importanti che si svolgono nella nostra città, in una struttura abilitata ad ospitare, occasionalmente e per guadagno.

Le norme da rispettare

Chiaramente per ospitare, anche se occasionalmente, come B&B è necessario che l’immobile rispetti alcune caratteristiche di legge come quelle legate alle norme anti incendio. Nel caso in cui il proprietario abbia intenzione di trovare un accordo con un albergatore che gli giri alcuni clienti nei periodi di “iper affollamento” è presumibile che sarà lui a svolgere tutte le parti burocratiche, anche quelle legate all’assicurazione e poi tutto questo rientrerebbe negli accordi che, per iscritto, vanno presi con chi già è titolare di un’attività rivolta alla ospitalità. Se invece si decidesse di trasformare la propria casa in un B&B, è importante ricordare che nell’immobile in cui si avvia l’attività il titolare deve obbligatoriamente avere la residenza e può adibire un massimo di 3 stanze all’ospitalità. Prima di inaugurare il nuovo Bed and Breakfast, l’attività deve presentare domanda in comune e in provincia. Facendo un esempio concreto, per quanto riguarda Milano, sul sito della provincia si trova tutta la documentazione necessaria.

Affitti turistici e assicurazioni

Diverso il caso dell’affitto turistico che è molto più semplice. Ci si può servire di contratti turistici stipulati, di volta in volta, con chi affitta la stanza. anche ad esempio nel caso in cui si scelga di cedere una parte della propria abitazione in concomitanza con fiere, eventi, concerti o altre occasioni che portano molte presenze nel luogo in cui si vive. Attenzione però che i contratti non possono superare i 30 giorni per singolo intestatario. Anche se è consigliabile farla, in caso di affitto turistico l’assicurazione non è obbligatoria. Altro elemento importante è quello dell’arredamento con cui ci si presenta. Non esistono criteri univoci o norme di legge che vanno rispettate (paradossalmente non esiste neanche un obbligo ad avere un accesso per disabili o porte che consentano il passaggio delle sedie a rotelle), ma ovviamente  più il proprietario cura l’aspetto del Bed and Breakfast, più lo fa carino e accogliente, più viene bene in foto, più richieste avrà. Ovviamente, poi, offrire benefit come la possibilità di accesso facilitato di cui parlavamo prima, o la connessione internet o, ancora, la possibilità di ospitare animali possono essere tutti elementi che rendono più facile il successo della struttura.

Quanto si può guadagnare

Ma quanto si può guadagnare oggi con un Bed and Breakfast ben avviato? Chiaramente dare una risposta univoca è alquanto difficile se non assolutamente impossibile, ma continuando nel voler fare esempi concreti e continuando a concentrarci su Milano, possiamo affermare che il costo medio a notte per una stanza con bagno privato a Milano va dai 90 euro ai 110/120 euro. Moltiplicando questa cifra per tre stanze e 335 giorni di ospitalità (anche chi ha un Bed and Breakfast solitamente osserva almeno 30 giorni di chiusura nel corso dell’anno) gli incassi possono andare dai 90.000 ai 120.000 euro annui, ma dovete essere così bravi da riempire le vostre tre stanze in affitto tutti i giorni in cui il Bed and Breakfast apre le porte ai suoui clienti. Inutile dire che, usando il web e affacciandosi anche al mercato estero (a patto di conoscere quantomeno l’inglese!) tutto questo diventa molto più semplice.

E allora…buone vacanze o buoni affari col vostro B&B!

 

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DETRAZIONE DEL 50% ANCHE PER IL FOTOVOLTAICO

 

L’Agenzia delle Entrate chiarisce a QualEnergia.it i dubbi su fotovoltaico e detrazioni.

A patto che si rinunci alle tariffe del conto energia, gli impianti possono godere delle detrazioni fiscali per le ristrutturazioni, portate dal 36% al 50% fino al 30 giugno, ma non di quelle del 55% per la riqualificazione energetica.

L’Agenzia delle Entrate fa finalmente un po’ di chiarezza sulla possibilità di usufruire delle detrazioni IRPEF per le ristrutturazioni edilizie del 50% in caso di installazione di un impianto fotovoltaico.

Un’ipotesi che molti stanno considerando, abbinata allo scambio sul posto e in alternativa al quinto conto energia.

Come avevamo mostrato con delle simulazioni, questa soluzione, per certi impianti, è decisamente conveniente. Per un 20 kW per esempio si parla di quasi 30mila euro di guadagni in più su 25 anni rispetto al quinto conto energia, un vantaggio economico cui si aggiunge un procedimento burocratico più semplice e la possibilità di usufruire dello scambio sul posto.
In questi mesi però la possibilità di accedere alle detrazioni è stata di fatto frenata dal comportamento incoerente tra diverse sedi dell’Agenzia delle Entrate. Se alcune hanno espresso parere positivo all’accesso alle detrazioni del FV, altre lo hanno negato.

Urgeva un chiarimento, che QualEnergia.it aveva chiesto all’Agenzia già da mesi. Ora finalmente la risposta è arrivata, tramite l’ufficio stampa della stessa, ci scrivono:
“La Risoluzione n. 207 del 2008 tratta anche il tema della ristrutturazione edilizia (oltre che delle detrazioni per la riqualificazione energetica, ndr), fornendo i relativi riferimenti di legge (pagina 5 della risoluzione, ndr):

il decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 19 febbraio 2007 (il conto energia fotovoltaico, ndr) dispone che le tariffe incentivanti non sono applicabili all’elettricità prodotta da impianti fotovoltaici per i quali sia stata riconosciuta o richiesta la detrazione fiscale del 36% spettante per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio della legge 27 dicembre 2002”.

Una conferma dell’interpretazione che avevamo dato finora: a patto che si rinunci agli incentivi del conto energia, l’impianto fotovoltaico può usufruire delle detrazioni IRPEF per le ristrutturazioni edilizie che erano del 36% e sono state portate al 50% fino al 30 giugno.
Interpretazione che sembra ribadita da un altro chiarimento, che un consulente aderente al gruppo Linkedin FER – Fonti Energetiche Rinnovabili avrebbe ricevuto dalla sede centrale dell’Agenzia:

L’installazione di pannelli fotovoltaici per la produzione dell’energia elettrica, quindi, può rientrare nell’agevolazione, ma in questo caso l’elettricità prodotta non può essere incentivata attraverso il cosiddetto “Conto Energia”, previsto dal decreto Ministeriale 5 luglio 2012 (Quinto Conto Energia).

Tali impianti, infatti, non potevano beneficiare della detrazione del 55% sul risparmio energetico, in quanto l’articolo 1, comma 346, Legge 27 dicembre 2006, n. 296, incentiva l’installazione di “pannelli solari” esclusivamente “per la produzione di acqua calda”, non rientrando tra gli interventi di riqualificazione energetica.

Ora è essenziale che l’Agenzia delle Entrate chiarisca a tutti con specifica circolare.


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IL GOVERNO CHE VERRA' E LA CRISI IMMOBILIARE

     Centro destra? Centro sinistra? Movimento 5 Stelle? Lista Monti? Poco importa, purché il nuovo Governo, di qualunque colore e fazione sia espressione, prenda seriamente in carico il problema del settore immobiliare italiano e la crisi grave, profonda e diratura che esso attraversa. Questa è la sintesi dell’ appellolanciato in questi giorni dall’ ANCI (Associazione che riunisce tutti i rappresentanti dei comuni italiani) e Federcasa (che invece riunisce le aziende operanti nel settore.

Da troppo tempo, lamentano le due associazioni, le politiche legate alla casa e i relativi problemi, senza dubbio molto complessi, ma altrettanto influenti sull’economia nazionale e sui bilanci delle singole famiglie, vengono messe da parte e non considerate nella maniera in cui meriterebbero da parte dei vari governi che si sono succeduti in questi anni.

Secondo quanto denunciato da Anci e Fedrcasa, la situazione è ormai arrivata agli sgoccioli e considerando quanto il tema della casa influisca sulla vita dei cittadini, il continuare ad ignorare o considerare solo marginalmente il problema potrebbe condurre ad una situazioner esplosivi, giorno dopo giorno più pericolosa e drammatica.

La crisi economica pesa gravemente sulle tasche degli italiani e, per questo, la prima richiesta che avanzano le due associazioni è quella della reistituzione di un adeguato fondo di sostegno per gli affitti, in grado di risolvere i problemi delle migliaia di famiglie sfrattate o non in grado di far pronte al pagamento dei canoni di affitto.

Prevedibile anche la seconda parte delle richieste avanzate; sostanzialmente sgravi o esenzioni fiscali legate ai mutui e all’IMU.

Dal 25 Febbraio prossimo la palla è nel campo del Governo che verrà.

 

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CERTIFICAZIONE ENERGETICA: MOLTI ANNUNCI NON IN REGOLA

 

è da un anno che è obbligatorio, quando si mette in vendita o in affitto un immobile, dichiararne la classificazione energetica. Ma come e quanto è stata recepita questa legge? Vediamolo insieme.

Una legge rispettata a metà

L’acronimo ACE sta per attestato di classificazione energetica: si tratta di uno strumento di trasparenza davvero importante per chi vuole comprare o affittare casa perché permette di conoscere già sulla carta, prima ancora di concludere la trattativa, quanto sia dispendioso l’immobile in termini consumi. Sapere in anticipo quanto  incideranno, nella gestione dell’immobile, i consumi di luce, acqua e gas rappresenta un bel vantaggio e una variabile spesso determinante per la scelta dell’abitazione; eppure, sembra che non tutti lo sappiano. È passato un anno da quando l’ACE è legge, ma ad oggi solo il 53% degli annunci di vendita e appena il 37% di quelli in locazione offre questa indicazione.

Nel dettaglio dello studio, solo l’11% degli annunci caricati sul sito da parte di privati cittadini ha una valida certificazione energetica; la percentuale sale al 46% quando gli annunci provengono da agenzie immobiliari indipendenti, al 58% quando sono gestiti da agenti affiliati a grandi gruppi – che possono sfruttare i sistemi di certificazione messi a disposizione dalle sedi centrali – e al 97% per quelli proposti dai costruttori (anche se per loro la certificazione energetica è obbligatoria sin dalla fase progettuale).

Ma perché questa palese inadempienza della norma? Non certo per mancata conoscenza della legge, o per incuria; più semplicemente, perché ottenere l’attestato di classificazione energetica costa. Così, per evitare i costi della perizia, si preferisce ignorare la norma oppure si ricorre all’autocertificazione in classe G (quella peggiore), con l’obiettivo di classificare realmente l’immobile solo all’atto del rogito, quando si è sicuri di rientrare nella spesa sostenuta. Quello che non tutti sanno, tuttavia, è che questa pratica non è legalmente valida né tantomeno consentita. Alla base di questa pigrizia dei proprietari, evidentemente, c’è il loro sconforto: con i tempi di vendita/locazione che si allungano si è disposti a spendere solo una volta aver trovato l’acquirente/locatario.

La certificazione, questa sconosciuta

L’Attestato di Certificazione Energetica, in breve, monitora e certifica i consumi dell’immobile: viene redatto a dopo aver analizzato gli indici di prestazione energetica dei sistemi di raffrescamento, riscaldamento e produzione d’acqua. Per comprenderci, un immobile ha una buona classe energetica (A+, A e B) quando vanta un’elevata efficienza energetica e dei consumi più bassi; di contro, uno in classe G sarà molto più inquinante e avrà più alti costi di gestione.

Ma perché è così importante monitorare i consumi delle nostre case? Perché gli immobili presenti nel nostro Paese  sono responsabili del 35% di tutto l’inquinamento che si crea in Italia (stime del Ministero dello Sviluppo Economico). Dobbiamo ricordare che sette edifici su dieci sono stati realizzati prima che si cominciasse a parlare di efficienza energetica (è nel 1976 che venne firmata la prima legge in merito). Facile capire, così, quanto siamo indietro, in Italia, nell’efficienza energetica dei nostri palazzi: guardando agli immobili provvisti di ACE, solo il 30% si trova nelle tre migliori classi energetiche (A+, A e B).

Le differenze tra le regioni

Il recepimento della legge sull’obbligatorietà dell’ACE non sta avvenendo in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale: il record di immobili certificati è in Trentino Alto Adige, con l’80% di unità immobiliari certificate; seguono il Veneto (62%) e la Valle d’Aosta (58%); agli ultimi posti, invece, troviamo la Sicilia (23%) e la Basilicata, dove solo il 19% degli immobili sul sito hanno un valido documento di attestazione dei consumi.

 

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BUNKER NAZZISTI IN VENDITA:

   Nella nostra sezione dedicata alle news vi abbiamo già raccontato altre volte di bunker in vendita o realizzati ad hoc per rendere gli immobili in grado di far fronte a qualunque evenienza, anche catastrofica. Vi abbiamo raccontato di ville italiane che, oltre a piscine e saloni da mille e una notte, avevano questo particolare gadget immobiliare così come vi abbiamo riferito di una sorta di filone nato sulla scia dei timori da fine del mondo scatenati dalla profezia Maya che per mesi è rimbalzata su tutti i media.

Quella che però arriva in questi giorni, a seguito di un’inchiesta del Wall Street Journal, è una notizia che non può non lasciare a bocca aperta anche perché, forse con voluto tempismo, è stata resa pubblica a ridosso del Giorno della Memoria. Molti bunker nazisti, realizzati in Germania ed effettivamente utilizzati nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, sono pronti per finire sul mercato, trasformati però in dimore di lusso o, comunque, immobili di alto livello.

Per occuparsi della dismissione dei centocinquanta bunker risalenti al periodo compreso fra il 1930 e i primi anni 40, è stata scelta un’agenzia sola, la Bima-Bundesanstalt für Immobilienaufgaben, che ha parlato di prezzi notevoli: dai due milioni di euro a salire.

Oltre alla perplessità di molti (il rischio del tentato acquisto da parte di un qualunque facoltoso nostalgico del Terzo Reich è dietro l’angolo) va messo in evidenza come spesso ad interessarsi ai bunker in vendita, sempre stando a quanto riferito dall’agenzia, siano state proprio le comunità ebraiche, intenzionate a creare nelle strutture musei della memoria.

Viste le grandi dimensioni, però, l’uso più certo è quello che prevede la riconversione dei bunker in immobili di lusso; anche se andranno superati importanti problemi strutturali, primo fra tutti la quasi totale assenza di aperture dal momento che  il progetto originale, ovviamente, mirava a garantire l’impenetrabilità della costruzione.

 

                          


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